Difendere l’autonomia, difenderla a tutti i costi. Lo farà il centrosinistra sardo al potere o la svenderà per un posto da sottosegretario?

Posted on 4 gennaio 2013

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Sardegna ok

Mi ha molto impressionato leggere sulla Nuova Sardegna di ieri che Tore Cherchi (presidente della Provincia del Sulcis Iglesiente, a lungo parlamentare nelle file del Pci-Pds, poi esponente del Pd) ritiene che “l’autonomia speciale è stata svuotata e svilita innanzitutto in Sardegna”. Secondo Cherchi, “la specialità è stata usata anche per costruire un sistema pubblico inefficiente e con costi di funzionamento più alti di almeno 400 milioni di euro per anno, rispetto al corrispondente medio delle regioni di diritto ordinario”.

Sarebbe interessante chiedere a Cherchi di argomentare meglio questa posizione che, nella sua semplicità, si presta a diverse interpretazioni. Per esempio, la dichiarazione si potrebbe configurare come una ammissione di responsabilità da parte di una classe dirigente di sinistra che si è sempre definita “autonomista” ma che poi in realtà per decenni ha perseguito politiche diverse da quelle dichiarate. In questo caso Cherchi sarebbe, paradossalmente, un reo confesso.

Oppure la sua dichiarazione potrebbe essere (e secondo me lo è) un attacco silenzioso alle ragioni della nostra specialità. Ma con quale obiettivo?

Che l’autonomia abbia funzionato male è sotto gli occhi di tutti. Ed è su questo che bisognerebbe interrogarsi, senza cedere alla tentazione (sbagliata, sbagliatissima) di fare raffronti con le ragioni a statuto ordinario, come invece Cherchi fa.

E come ha fatto sempre ieri l’inviato del Sole 24 Ore, Mariano Maugeri. Il senso complessivo che emerge dal pezzo “A Cagliari la spesa è senza fondo” è che l’autonomia speciale non serva a niente, e che sia anzi una valida copertura per giustificare soprattutto la voracità (e non la prevalente incapacità) delle nostre classi dirigenti. Come in Sicilia, aggiungo io, dove però la situazione è completamente diversa e dove una parte dell’opinione pubblica chiede che l’isola rinunci al suo status di regione a statuto speciale. Evidentemente se lo possono permettere (forse anche perché la rappresentanza politica in ambito nazionale della Sicilia è numericamente superiore a quella della Sardegna).

Questa interpretazione dell’autonomia sprecata piuttosto che negata fa una grande presa anche tra le persone di buonsenso ma rischia di essere usata al momento giusto contro di noi. Contro la Sardegna, contro le sue sacrosante ragioni di isola che per uscire dalla crisi ha bisogno non solo di usare meglio la sua autonomia ma di pretenderne anzi di più. Dall’Italia e dall’Europa (a cui, non caso, i nostri sindacalisti si sono rivolti da tempo per chiedere che anche formalmente il tema dell’insularità venga tenuta in debita considerazione nelle politiche di sviluppo).

Dovremmo difendere lo Statuto di autonomia con lo stesso coraggio con cui spesso difendiamo la Costituzione. Invece questo non accade, e gli esiti sono paradossali. La stessa Agenzia sarda delle Entrate (proposta dal Fiocco Verde e che tanti consensi sta suscitando tra le amministrazioni locali) discende in realtà proprio dalla carta autonomistica, “ma spesso qualcuno teme la reazione dello Stato”, mi ha spiegato poco tempo fa Franciscu Sedda, “come se noi sardi fossimo timorosi di esercitare quei diritti che lo Stato già ci riconosce”.

La frase di Tore Cherchi preoccupa, e anche molto. Perché non vorrei che, in tempo di montismo più o meno strisciante (perfino a sinistra), di spending review brandita anche contro i malati di Sla, il prezzo da pagare da parte delle nostre classi dirigenti di centrosinistra per essere assimilate e accettate dall’establishment nazionale sia quello di ripudiare le ragioni della specialità. Per un posto da sottosegretario, o più banalmente, solo per sedere ai tavoli che contano. Non sarebbe la prima volta che accadrebbe nella storia della nostra isola.

Invece le ragioni della specialità della restano intatte e chiedono al governo nazionale non risorse aggiuntive (perché i soldi ormai sono finiti) ma soprattutto politiche differenti.

Più autonomia, più specialità: solo così la Sardegna può uscire dalla crisi. E noi, stiamo selezionando la classe dirigente adatta per questo compito? Chi andrà in parlamento saprà opporsi agli ordini di partito se questi dovessero danneggiare gli interessi della Sardegna?

 

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