Tuvixeddu, volete sapere come la penso? Il sottoscritto intervistato dall’Urban Center sulle sorti della necropoli

Posted on 11 gennaio 2013

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Tuvix plastico

Della gita a Tuvixeddu vi avevo già detto qualche giorno fa in un post (Tuvixeddu: aspettando il parco, brande e materassi ancora dentro le tombe, il Villino Mulas ridotto ad un rudere. Ecco le foto) abbastanza letto ma non altrettanto commentato: misteri della rete. Sulla sorte di questa importantissima zona della città di Cagliari bisogna però continuare a parlare, ed è per questo che vi propongo l’intervista che Francesco Accardo ha realizzato con il sottoscritto e pubblicata oggi sul sito dell’Urban Center (questo è il link: http://urbancenter.eu/articoli/architettura-e-urbanistica/854-tuvixeddu/11040-tuvixeddu-intervista-a-vito-biolchini).
Questo è in sintesi quello che penso della vicenda Tuvixeddu. A futura memoria e sempre pronto a cambiare idea davanti ad argomentazioni più solide.

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Vito Biolchini, giornalista cagliaritano, può essere considerato a tutti gli effetti uno dei più influenti opinion leader della città e di tutta la Sardegna. Blogger scatenato, nonché scrittore e presentatore, si è occupato fin dagli anni ’90 di Tuvixeddu: in quel periodo, insieme all’associazione Ipogeo e ad altre sigle, ha organizzato delle escursioni per fare conoscere alla collettività l’area e tutti i suoi tesori. È stato inoltre l’ideatore della manifestazione Cagliari Monumenti Aperti, che nella sua prima edizione, nel 1996, aprì la necropoli per la prima volta a migliaia di cagliaritani.

Solamente con la conoscenza approfondita di un luogo è possibile percepirlo e capirlo coscientemente.

Con l’attività che stiamo svolgendo in questi ultimi tempi abbiamo avuto modo di portarlo con noi a visitare Tuvixeddu e di ricevere le sue considerazioni sulla situazione che negli anni si è creata.

A differenza nostra, Vito Biolchini è contrario al Progetto di Riqualificazione e i motivi ci vengono spiegati direttamente da lui in questa breve intervista che abbiamo potuto realizzare.

Quale opinione ti sei fatto negli anni del Progetto di Riqualificazione dei Colli di Sant’Avendrace?
Che non è un progetto di riqualificazione ma di “riqualificazione in cambio di edificazione”, e che non riguarda genericamente i colli di Sant’Avendrace ma l’area archeologica e paesaggistica di Tuvixeddu, la cui importanza è evidente da tutti. Non parlare esplicitamente di Tuvixeddu ma di “colli di Sant’Avendrace” è stato uno dei modi per cercare di eludere il problema di un intervento in un’area così delicata.
Detto questo, ritengo che si tratti di progetto sostanzialmente sbagliato soprattutto perché ha una impostazione molto datata: la filosofia e l’idea sono uguali a quelle che abbiamo visto già alla fine degli anni ’80: molto cemento, poca qualità. Ed è sbagliata la logica attraverso cui i privati hanno voluto portare avanti l’iniziativa.

Quale logica è stata usata a tuo avviso?
È stato preso in ostaggio un bene culturale, è stato lasciato in uno stato di degrado intollerabile ed è stato detto alla comunità “volete che questo bene culturale venga restituito alla città? Se volete questo, dovete farci costruire. Altrimenti resta il degrado”. Questa è stata la logica che, dalla fine degli anni’80 fino ad oggi sostanzialmente i privati hanno portato avanti. Perché c’è un grande equivoco alla base di Tuvixeddu: nella nostra testa un bene culturale è sempre di proprietà dello Stato, in questo caso invece è di proprietà di un privato. Che però lo ha sistematicamente maltrattato.

Da quanto tempo segui le vicende di Tuvixeddu?
Io ho seguito le vicende di Tuvixeddu con maggiore interesse, attenzione e militanza negli anni’90, cioè prima della firma dell’accordo di programma, quando ancora si poteva e si doveva espropriare l’area archeologica a prezzi peraltro già di mercato e questo per consentire appunto che l’intera area archeologica passasse dalla proprietà privata alla proprietà pubblica.

Perché questo non è stato fatto?
Perché il centro-destra che amministrava Cagliari (ma anche i sindacati e buona parte del centrosinistra) riteneva che l’intervento immobiliare-residenziale desse valore a questa zona della città. Questo è stato detto. È questa la cosa più scandalosa: immaginare che un’area di questo genere potesse acquistare valore grazie alla realizzazione e alla costruzione di case e strade.

Poi c’è un’altra questione, ovvero il ruolo del privato. Un’amministrazione pubblica da sola avrebbe prodotto qualcosa di diverso o di migliore in una situazione di difficoltà economica e culturale come quella attuale?
La vicenda di Tuvixeddu è lunga 25 anni e ha attraversato diverse fasi. Gli scenari sono cambiati numerose volte, così come le sensibilità collettive. Se si fosse espropriato negli anni ’90 Tuvixeddu sarebbe diventato un bene pubblico per una manciata di miliardi di lire di allora. Non andò così perché il centrodestra ritenne di risolvere altre questioni di rassetto urbanistico molto onerose per la città (come quella di via Castelli) offrendo ai privati la possibilità di costruire a Tuvixeddu. Una decisione che poi ha condizionato tutte le scelte successive.
I privati poi a Cagliari raramente sono stati all’altezza della situazione. Insieme al progetto di Coimpresa, in quegli anni si realizzò anche quelli de “I fenicotteri” nella ex Cementeria. A cose fatte, possiamo dire che si tratta di un intervento di qualità urbanistica e architettonica? No: le Zunck Towers (e il primo a chiamarle così è stato il sottoscritto, alla radio) hanno devastato il paesaggio. E basta andare a Tuvixeddu per rendersene conto.
Detto questo, a distanza di quasi 25 anni dalla presentazione del primo progetto è evidente che i privati hanno perso. In una maniera evidente, totale: a Tuvixeddu non si costruirà mai. Hanno perso perché hanno perso la battaglia legale ma soprattutto quella culturale: non hanno capito che negli anni la città si è mobilitata sempre di più a difesa di questa zona, a difesa di questo bene, archeologico e anche paesaggistico. Sono nate nuove sensibilità e nuove normative di cui i privati non hanno tenuto conto, anche se negli anni hanno modificato anche il loro progetto, ma solo perché il mercato immobiliare lo richiedeva, non certo per le pressioni dell’opinione pubblica. I privati non sono stati in grado di capire profondamente la città: questo è stato il loro vero limite. Sono stati, se mi posso permettere, anche poco intelligenti: se avessero realizzato il parco archeologico a loro spese, avrebbero potuto in seguito ottenere qualunque cosa, isolando inevitabilmente quella minoranza che avevano contro.
Poi certamente per capire Tuvixeddu dobbiamo anche contestualizzare ogni passaggio. Dobbiamo ricordarci che all’inizio era la FIAT-Impregilo che voleva costruire in questa zona, non erano semplici imprenditori locali. Le associazioni, per intenderci, hanno anche inviato delle lettere a Gianni Agnelli. Questo va ricordato, altrimenti non si capisce anche perché alcune posizioni del movimento civile e ambientalista oggi sembrano estreme: si trattava di una reazione a un atteggiamento che era sprezzante nei confronti della città.
A metà degli anni 90 la posizione delle associazioni era che, prima di ogni decisione sull’area, la soprintendenza effettuasse una seria ricognizione archeologica. Vi sembra una richiesta insensata? E vogliamo ricordare l’opposizione al progetto di viabilità che prevedeva la demolizione di una parte del liceo Siotto? Gli unici estremisti in questa storia sono stati i sostenitori degli interessi privati.

Quale è il tuo giudizio sull’operato delle Soprintendenze?
Anche in questo caso bisogna ricordare che ci sono stati soprintendenti e soprintendenti. Alcuni hanno agito bene altri meno. Di sicuro tutti hanno avuto un’enorme responsabilità. Complessivamente però l’attività di tutela è stata molto carente. Anzi, dirò più: in alcuni anni è stata volutamente carente. Perché non si allargò il vincolo sul viale Sant’Avendrace dopo il ritrovamento (nei primi anni 2000!) di tombe che poi sono state coperte dai palazzoni? E che la figlia di un soprintendente abbia lavorato per l’impresa direttamente impegnata a Tuvixeddu mentre il padre era impegnato per il suo ruolo a tutelare l’area, è oggettivamente, uno scandalo. E il mio è un giudizio morale e nulla di più.

Come pensi si possa uscire dalla situazione che si è creata?
È difficile adesso uscire da questa vicenda che mischia questioni politiche a questioni giuridiche. I privati però devono innanzitutto riconoscere che il loro progetto ormai è irrealizzabile, bloccato dalle nuove leggi, dalle sentenze e dall’opposizione popolare. Senza questo riconoscimento pubblico chi da venticinque anni si batte contro questo progetto non ha paura di contrastarlo anche per i prossimi venticinque. Dopo questa resa simbolica, l’amministrazione pubblica dovrebbe fare un passo avanti verso una possibile soluzione, separando il destino dell’area di Tuvixeddu da quella di Tuvumannu. Sono due comparti completamente diversi, due aree completamente distinte, sui quali si possono e si devono fare ragionamenti differenti. Sarebbe un auspicabile gesto di buona volontà.

Quale è la tua speranza per il futuro?
La mia speranza non è quella che a Tuvixeddu non si costruisca niente: questa è una certezza. Qui non si costruirà mai niente. La mia speranza è che si capisca fino in fondo quali dinamiche hanno portato Cagliari ad una situazione del genere; perché la storia di Tuvixeddu è una storia emblematica di come poteri pubblici e poteri privati abbiano dialogato in maniera maldestra senza ascoltare le ragioni della città. La mia speranza è che quella di Tuvixeddu sia una lezione che la politica assuma per evitare che anche in futuro, davanti a dei beni culturali e paesaggistici, si usi il degrado per favorire una possibile “valorizzazione”. Quello che poteva succedere a Tuvixeddu è successo al Poetto con il ripascimento, e all’Anfiteatro romano con l’incredibile costruzione delle gradinate in legno. Beni naturali e storici lasciati volutamente nel degrado e salvati da progetti faraonici che in realtà facevano l’interesse di pochi e distruggevano le risorse a disposizione. La logica è stata quella, gli anni erano quelli, e anche i protagonisti sono sempre quelli.

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